venerdì 29 aprile 2011
venerdì 22 aprile 2011
Shepard Fairey
Un altro street artist particolarmente famoso, grazie alla sua creazione del poster “Hope ” con il volto di Barack Obama durante la sua corsa a presidente degli Stati Uniti, è Shepard Fairey. Egli nasce come illustratore, graphic designer e diventa presto un importante street artist, iniziando, negli anni ’90, con la campagna di sticker “André the Giant has a posse” (con il volto del wrestler), poi trasformata in “Obey”, con immagini rielaborate tratte dal tabloid Weekly world news, con intenti ironici e critici. Nel 2003 fonda l’agenzia di design Studio Number One, dove produce, ad esempio, lavori per l’album dei Black Eyed Peas, Monkey Business e il poster per il film Walk the Line; Fairey cura inoltre la copertina per l’album Zeitgeist degli Smashing Pumpkins e della compilation Mothership dei Led Zeppelin.
Nel 2004, insieme agli artisti Robbie Conal e Mear One realizza una serie di poster “anti guerra e anti Bush” per la campagna street art “Be the revolution”; nel 2006 viene pubblicato il libro Supply and Demand: The Art of Shepard Fairey; nel 2008, Philosophy of Obey (Obey Giant): The Formative Years (1989–2008), di Sarah Jaye Williams. Nello stesso anno, Fairey crea la serie di poster a sostegno della candidatura di Obama, tra cui “Hope”.
La sua prima mostra Supply & Demand (come il titolo del libro), si tiene nel 2009 all’Istituto di Arte contemporanea di Boston, oggi le sue opere sono incluse nelle collezioni dello Smithsonian, del Los Angeles County Museum of Art, del Museum of Modern Art a New York, e nel Victoria and Albert Museum a Londra.
Anche nel caso di Fairey, tramite la street art si cerca di invadere ogni spazio con stencil, murales, posters, coprendo superficie pubbliche e private (facciate di edifici, retro di segnali stradali, cartelli alla fermata degli autobus, eccetera), come avviene nella campagna “Obey”; in più, gli slogan e il volto stilizzato di André The Giant viene riprodotto anche su diversi prodotti come vestiti, accessori, elementi di decorazione, espandendo così l’impatto della campagna stessa. Fairey si divide così tra la libertà della “libera espressione” in strada e il lavoro per aziende e campagne pubblicitarie, sempre con l’intento di portare l’arte a più persone possibile, tramite differenti vie.
In particolare, con la campagna di “Obey”, Fairey cerca di risvegliare un senso di meraviglia nel contesto abituale: gli sticker stimolano la curiosità del passante, portandolo a farsi delle domande sullo sticker stesso e la sua relazione con i dintorni, dato che non è abituato a vedere pubblicità o propaganda in cui il prodotto e il messaggio non siano ovvi e comprensibili. Questo provoca in alcuni frustrazione, poiché non si capisce il significato di ciò che si vede (come avviene anche nell’impatto con un graffito), in altri si acuisce la percezione, l’attenzione al contesto e al dettaglio e si stimola il pensiero. Lo sticker viene dunque creato appositamente per provocare una reazione, per spingere a cercare un significato, che non ha in se stesso, ma dipende dalle diverse interpretazioni personali, che riflettono la personalità e la sensibilità di chi lo guarda. Accade così che alcuni diventino “familiari” allo sticker e lo trovino divertente, seppur rappresenti un “non-sense”, ricavando piacere solo guardandolo, senza ossessionarsi alla ricerca di un significato; altri possono rimanerne confusi e condannarlo come una manifestazione di intenzione sovversiva (alcuni sticker vengono addirittura rimossi dagli stessi passanti, considerati come atto di vandalismo). Anche Fairey tenta dunque, come gli altri street artist, di spingere a vedere il contesto con occhi differenti e stimolare la curiosità e l’intelletto del maggior numero di persone, con un’azione capillare.
lunedì 18 aprile 2011
Blek Le rat
Blek le rat, nome d’arte di Xavier Prou, è considerato come il precursore di Banksy (secondo le parole dello stesso: “ogni volta che penso di aver fatto qualcosa di abbastanza originale, scopro che Blek le rat ci aveva già pensato vent’anni fa”) e il “nonno dello stencil”: inizia, già dai primi anni ’80, a partire dalla città di Parigi, a realizzare stencil aventi come soggetto i ratti, che sono “gli unici animali selvaggi viventi in città e che sopravviveranno quando la razza umana sarà estinta”, proseguendo con figure umane (soldati, uomini di ogni nazionalità, figure femminili, autoritratti, personaggi famosi come Leipzig, Beuys e Lady Diana). Anche nel suo caso, lo stencil viene considerato un metodo molto facile e veloce per agire sui muri e “donare” qualcosa al suo pubblico (“I miei stencil sono un regalo, introducono le persone al mondo dell’arte, con in più un messaggio politico. Questo movimento è una democratizzazione dell’arte: se la gente non va in galleria, portiamo la galleria alla gente!”); inoltre può eventualmente essere rimosso, evitando fastidi con le forze dell’ordine.
Blek le Rat si è formato come architetto, e ciò gli ha permesso di capire il paesaggio urbano e come guardare lo spazio intorno a lui; questo, combinato con l’ “illuminazione” di una nuova consapevolezza politica e sociale, nonché i suoi primi studi nella litografia e pittura, hanno fatto della street art un ovvio punto d’approdo del suo talento: così ha iniziato nel 1981 a combinare le sue capacità, esprimere i suoi pensieri e creare la sua arte per le masse. La sua prima mostra personale si tiene a Londra, alla Leonard Street Gallery, nel 2009 espone a Melbourne alla Metro Gallery nella mostra “Le Ciel Est Bleu, La Vie Est Belle”, dove presenta tele, fotografie, e opere su altri supporti realizzate dagli anni’80 ad oggi.
Blek le rat considera Banksy, e la sua fama, fondamentale anche per la sua fortuna: “Solo oggi la mia street art è vista come una grande novità, e ciò grazie a coloro che dicono che Banksy si è ispirato a me”.
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mercoledì 13 aprile 2011
Banksy
Uno degli street artist più famosi, a livello mondiale, è Banksy. Banksy è un assoluto genio. La sua particolarità consiste nel lasciare continuamente una traccia sui muri della città, ma a vivere da sempre nell’anonimato: si conosce solo il suo luogo di nascita (Bristol), ma nessuno sa esattamente chi sia, quale sia il suo nome (su cui si sono negli ultimi tempi fatte supposizioni: Robert o Robin Banks), e, anche nel caso di lavori su commissione, comunica solo tramite un gruppo di intermediari.
Egli utilizza differenti tecniche, come la scultura (originale ad esempio la scultura della cabina telefonica britannica assassinata), ma soprattutto lo stencil, che ha assunto un’importanza particolare all’interno dell’opera degli street artist; mentre i messaggi che vuole trasmettere sono di solito anti-militaristici, anti-capitalistici o anti-istituzionali. Per far ciò, si avvale di soggetti generalmente originali, umoristici, popolari e facilmente comprensibili, che colpiscono e fanno riflettere: tra i più usati scimmie, ratti (topi fotografi, artisti, soldati, rapper, pacifisti, presenti in molte metropoli inglesi e americane), poliziotti, soldati, bambini e anziani. Un’altra sua peculiarità consiste nell’intervento non-ufficiale all’interno di mostre o musei importanti, una critica all’istituzione museale tramite un’azione pacifica ed ironica, ossia l’affissione di sue opere tra quelle già in sede, il tutto in segreto (spesso si nota la sua intrusione dopo diverso tempo): in questo caso introduce particolari disturbanti, anacronistici o completamente fuori luogo (ad esempio nobili del Settecento con bombolette spray, pali della luce in paesaggi settecenteschi, un carrello della spesa rovesciato nello stagno giapponese di Monet); il British Museum ha deciso di aggiungere alla sua collezione permanente una sua simil-incisione rappresentante un uomo preistorico a caccia con tanto di carrello della spesa (“Early man goes to market”), mentre al Natural History Museum di Londra si cataloga una nuova specie di animale: un ratto dotato di zaino, bomboletta e occhiali, chiamato “Banksus Militus Vandalus”.
I suoi interventi si inseriscono perfettamente all’interno del tessuto urbano che vanno a mutare, arricchire e decorare: tra le sue operazioni più importanti si ha la realizzazione, nell’agosto del 2005, di murales sulla parte palestinese della barriera di separazione israeliana, sorte di squarci nel muro (realizzati con la tecnica del trompe l’oeil) che permettono di immaginare e vedere dall’altra parte un mondo originale e fantastico con paesaggi tropicali, bambini che giocano, spiagge. Anche nel caso di Banksy l’intento principale è la comunicazione con un vasto pubblico e la diffusione delle sue opere al di là del sistema riconosciuto: “Alcune persone diventano dei poliziotti perché vogliono far diventare il mondo un posto migliore. Alcune diventano vandali perché vogliono far diventare il mondo un posto migliore da vedere”. Banksy, inoltre, riflettendo sull’ingresso della street art in galleria, dice: “Non so se la street art possa stare al chiuso. Se addomestichi un animale, passa dall’essere selvaggio e libero a sterile, grasso e sonnolento. Così forse per l’arte sarebbe meglio stare all’aperto. Tuttavia molte persone anziane trovano molto piacevole avere un animale domestico in casa. È dura rinchiudere l’adrenalina della street painting quando ti ritrovi in un delizioso studio con una teiera sul fuoco”.
Nonostante ciò, il sistema ufficiale ha presto riconosciuto il suo talento: il Bristol museum gli ha dedicato una personale nel 2009, è presente alla galleria di Steve Lazarides (suo portavoce), circa 40 suoi lavori originali si possono trovare all’Andipa Gallery di Londra, in formato ridotto “da galleria”, in cornice (nel 2010 alcuni sono stati presentati a Milano nella mostra “Fight for Art” tenutasi al Superstudio più). Banksy ha inoltre pubblicato alcuni libri che raccolgono molte delle sue immagini e testi da lui stesso scritti: Existencilism, Banging Your Head Against a Brick Wall, Cut It Out, Wall and Piece; nel 2010 esce anche il film “Exit through the gift shop”, una sorta di finto documentario sulla sua persona e sui suoi lavori, che diviene nell’ultima parte una critica al mondo dell’arte e alla facilità con cui spesso artisti sconosciuti raggiungono la notorietà, presentato al Sundance Film Festival. Nel film compaiono anche diversi altri importanti street artist, tra i quali Invader (artista francese, ricrea i personaggi colorati del videogame “Space Invaders” tramite piccoli mosaici che invadono, secondo criteri estetici, concettuali o strategici, città europee e non), Shepard Fairey, lo stesso Banksy con voce camuffata e al buio, Mr Brainwash (che all’inizio del film è colui che riprende gli street artist, mentre alla fine diventa il principale protagonista nonché primo obiettivo della critica di Banksy), e altri artisti internazionali, come Seizer, Zevs, Neck, Dot Master, Swoon, Buff Monster, Borf, Ron English.
domenica 10 aprile 2011
Street Art
Con il termine Street Art (arte di strada) si indicano tutte quelle forme artistiche che si manifestano in luoghi pubblici, con tecniche varie: spray, sticker, stencil, proiezioni video o sculture. La street art presenta alcune differenze e alcune caratteristiche in comune con il fenomeno del writing: se ne differenzia poiché la tecnica in questo caso non si limita all’uso della bomboletta e il tema non è inscindibilmente legato solo allo studio del lettering e della tag, ma può includere soggetti differenti (es: disegni o slogan di critica sociale, installazioni); mantiene, invece, come il writing, un forte rapporto con la strada e un simile intento di rivendicazione di vie o piazze come luoghi pubblici, di tutti, contro la proprietà privata (e dunque un aspetto di sovversione e critica verso la società) e il tentativo di farne uno spazio di esposizione per la propria fantasia e le proprie opere, comunicando così ad un vasto pubblico (dunque la stessa ricerca tesa a farsi conoscere).
Tra le tecniche che la street art utilizza troviamo l’utilizzo di stencil, che permettono una produzione molto veloce e pressoché illimitata, e lo sticker: in questo caso è dunque l’adesivo il mezzo con cui veicolare un messaggio di tipo politico, sociale, di critica, fino ad arrivare a volte allo sfruttamento dello stesso metodo per la pubblicità commerciale (tramite operazioni di cosiddetto “guerrilla marketing”: promozione pubblicitaria non convenzionale e a basso budget, che si avvale di mezzi e strumenti aggressivi, usati in modo creativo per far leva sull’immaginario dell’utente); in altri casi lo sticker viene visto come un altro modo per diffondere la tag o un emblema del writer. Spesso la street art cerca, stupendo il passante, di contrastare una cultura che crea spettatori passivi, e di far riflettere.
Paradigmatico in questo senso è il caso “Untho”, il cui ideatore è il giovane artista Alessio Schiavon. Un omino stilizzato vuole rappresentare, agli occhi del creatore, l’ “uomo medio”, milanese, grigio, accigliato, spento, passivo, contro il quale si rivolge il messaggio alla base del concetto artistico, che mira a interferire con il contesto urbano inserendosi all’interno di questo tramite gli stickers, provocare il pubblico con i suoi pensieri e riflessioni, proporre uno stile di vita alternativo, più attivo e “spensierato”, in opposizione ai frenetici ritmi urbani. Tramite l’affissione di posters e stickers in giro per la città di Milano e non solo, spesso con un’azione capillare, si mira ad un duplice fine, poiché l’operazione è in un primo tempo esclusivamente artistica e poi sfruttata anche a fini pubblicitari, in seguito alla creazione di una linea d’abbigliamento streetwear.
In altri casi, invece, la street art mira a proporre un nuovo messaggio in contrasto diretto con i manifesti pubblicitari da cui la città risulta invasa (senza alcuna lamentela da parte dei cittadini come invece accade per l’arte di strada stessa).
La street art, così come il writing, cerca un circuito spesso illegale, ma più spontaneo e più diretto ad un vasto pubblico, facendo della città stessa la sua galleria a cielo aperto e rifiutando mostre ufficiali, anche se oggi un gran numero di street artist fa il suo ingresso nel “sistema”.
Next: alcuni dei più importanti street artist di oggi: Banksy, Blek le rat, Shepard Fairey.
mercoledì 6 aprile 2011
Basquiat
The beginning
Jean-Michelle Basquiat nasce nel 1960 a Brooklyn, da padre haitiano e madre portoricana. I suoi primi passi, nel campo dell’arte, sono disegni d’infanzia ispirati a cartoni animati e fumetti e la visita ai musei con la madre; nel 1977, con l’amico Al Diaz, inizia a scrivere sui muri versi e aforismi oscuri e sincopati di protesta o dichiarazione esistenziale, fortemente spiazzanti, firmando come SAMO (Same Old Shit), tag che verrà abbandonata l’anno successivo. La sua ispirazione è tratta dal mondo contemporaneo, di cui riprende la stratificazione, la polimatericità, la pluralità di temi e le variazioni stilistiche, e dai libri (tra questi, Anatomia di H. Gray, letto durante una convalescenza d’infanzia, I sotterranei di Kerouac, La scimmia sulla schiena di Burroughs). Per i due anni successivi, alterna l’attività di musicista a quella di artista: continua a dipingere e realizza cartoline, t-shirt, collage sui temi della violenza, del crimine, della politica, sulla questione dell’identità; nel 1979 incontra Haring e l’anno successivo espone alla mostra collettiva “Times Square Show”, è inoltre protagonista del film documentario “Downtown 81” di Glenn O’Brien (uscito solo nel 2001); nel 1981 espone insieme ad altri graffitisti (Rammelzee, Lady Pink, Phase II, Crash) alla mostra “Beyond Worlds” e l’anno successivo ad un evento simile: è l’inizio dello sfruttamento commerciale del graffitismo.
The fame
In questo periodo inizia dunque la sua fortuna nel circuito ufficiale: in particolare si interessa alle sue creazioni la gallerista Annina Nosei che ospita il suo studio nei sotterranei della galleria stessa; nel 1982 si tiene la prima personale con grande successo di critica e vendite. Questa gallerista sarà fondamentale per Basquiat, facendone un astro nascente, presentandolo a numerosi collezionisti e permettendo alle sue opere di arrivare a quotazioni molto alte.
Il biennio 1981-1982 viene indicato come il primo periodo della sua produzione di dipinti su tela: i soggetti sono in particolare scheletri, particolari anatomici e volti simili a maschere, che comunicano la sua ossessione per la morte; ma anche poliziotti, edifici, giochi di bambini, temi sociali (critica contro il consumismo, ingiustizia sociale e razzismo), immagini tratte dal mondo quotidiano, dal settore della comunicazione, riferimenti a culture tradizionali, affiancati da frasi enigmatiche con un linguaggio criptico, oscuro, simbolico, anticomunicativo ma seducente. La scrittura è molto presente nelle opere di Basquiat, che usa la parola come segno, la muta, ci gioca o semplicemente la inserisce, talvolta cancellando le parole stesse per attirare lo spettatore e spingerlo a riflettere sul senso.
Le fonti di Basquiat sono numerose e differenti: si ispira a Dubuffet e all’Art Brut, a Picasso, a Klee, a De Kooning, all’espressionismo americano e all’Action Painting di Pollock, mescolando il tutto nelle sue opere, prive di prospettiva, caratterizzate da frontalità, schematizzazione delle figure, grado minimo di rifinitura delle tele, presenza di “sbagli” o sgocciolamenti.
Andy
Dopo la rottura con Annina Nosei alla fine del 1982, il suo agente sarà Bruno Bishofberger, che lo presenta ad Andy Warhol (in cui Basquiat si era già imbattuto, avendo cercato, nei primi tempi della sua carriera, di vendergli una cartolina da lui realizzata, in un ristorante di Soho). Con quest’ultimo, e con Francesco Clemente, a partire dal 1984, inizia un ciclo di “Collaborations”; la Factory di Warhol sarà un luogo fondamentale di attività artistica, anche se negli ultimi tempi se ne distaccherà cercando una maggior autonomia dal re della Pop art. Inoltre in questi anni si può distinguere una sorta di “secondo periodo” nella produzione di Basquiat, costituito da opere su più pannelli, con attenzione all’aspetto materiale e coloristico della vernice (combinando acrilico e pittura ad olio o colori metallici come oro, rame e argento), con superfici dense di colore e scritte: i soggetti più indagati sono, oltre alle ingiustizie e ai soprusi subiti dalle persone di colore nel corso della storia, figure particolarmente significative della storia “black” haitiana e nordamericana, una sorta di richiamo all’identità nera (sportivi, soprattutto giocatori di baseball o boxeur, e musicisti jazz o blues, assunti come eroi). Nel 1983 viene ospitato in un’istituzione ufficiale per la prima volta: partecipa ad una mostra al Whitney Museum con Haring e altri artisti. Basquiat è sempre più amato da collezionisti e mercato, in un’ascesa fulminea ma di breve durata: in soli 8 anni riesce a creare una quantità impressionante di opere, introducendo un nuovo approccio alla figurazione e all’espressività. Nel 1985 il “New York Times” gli dedica l’articolo “New art, new money: the marketing of an american artist”, in cui si evidenzia l’importanza dei media e del marketing nel creare dei miti e si tirano le somme della sua produzione: l’articolo segna il culmine della sua importanza ma anche l’inizio della discesa, dopo anni ricchi di fama, successo incontrollato, ma anche di problemi causati dall’uso di droga, dalla paura della solitudine e di veder svanire la propria notorietà.
The end
Gli anni 1986-1988 segneranno la fase finale della carriera di Basquiat, il quale svilupperà un nuovo tipo di figurazione, espandendo le sue fonti, simboli e contenuti: in particolare si può notare come le opere siano caratterizzate da un’alternanza tra vuoto e abbondanza di segni, una sorta di horror vacui. A partire dal 1986, inoltre, sarà percepibile un minor entusiasmo per la sua opera da parte di mercato, critica e collezionismo, che non faranno altro che peggiorare la dipendenza dalla droga e la sua sregolatezza, fino a portarlo alla morte per overdose, nel 1988.
More info:
G. Mercurio, Basquiat, Art dossier n. 227, Giunti, 2006.
http://mam.paris.fr/en/node/243 sulla mostra appena conclusa a Parigi
giovedì 24 marzo 2011
Segnalazione: "Art in the streets" al MOCA di L.A.
Si svolgerà al MOCA (Museo d’Arte Contemporanea di Los Angeles) "Art in the streets”, annunciata come la più grande mostra sulla street art mai realizzata da un museo americano.
Partendo dalle origini degli anni '70, e arrivando ad oggi, la mostra presenta una panoramica dell'evoluzione globale del fenomeno. Ci si concentra maggiormente su città come NY, LA, San Francisco, Londra, San Paolo, tra gli artisti presenti con le loro opere ci sono Fab 5 Freddy (New York), Lee Quiñones (New York), Futura (New York), Margaret Kilgallen (San Francisco), Swoon (New York), Shepard Fairey (Los Angeles), Os Gemeos (San Paolo), e JR (Parigi). Saranno presenti disegni, sculture, installazioni interattive, foto, video; una sezione è dedicata alla scena artistica della città di Los Angeles (ai movimenti "cholo graffiti" e "Dogtown skateboard culture"), e viene dato spazio anche ai fotografi e ai filmakers che si sono occupati di documentare il fenomeno (tra gli altri: Martha Cooper, Henry Chalfant, James Prigoff, Steve Grody, Estevan Oriol, Ed Templeton, Larry Clark, Terry Richardson, e Spike Jonze).
Dal 17 aprile all’8 agosto al MOCA; dall’8 marzo al 30 luglio del 2012 al museo di Brooklin.
More info:
moca.org
Partendo dalle origini degli anni '70, e arrivando ad oggi, la mostra presenta una panoramica dell'evoluzione globale del fenomeno. Ci si concentra maggiormente su città come NY, LA, San Francisco, Londra, San Paolo, tra gli artisti presenti con le loro opere ci sono Fab 5 Freddy (New York), Lee Quiñones (New York), Futura (New York), Margaret Kilgallen (San Francisco), Swoon (New York), Shepard Fairey (Los Angeles), Os Gemeos (San Paolo), e JR (Parigi). Saranno presenti disegni, sculture, installazioni interattive, foto, video; una sezione è dedicata alla scena artistica della città di Los Angeles (ai movimenti "cholo graffiti" e "Dogtown skateboard culture"), e viene dato spazio anche ai fotografi e ai filmakers che si sono occupati di documentare il fenomeno (tra gli altri: Martha Cooper, Henry Chalfant, James Prigoff, Steve Grody, Estevan Oriol, Ed Templeton, Larry Clark, Terry Richardson, e Spike Jonze).
Dal 17 aprile all’8 agosto al MOCA; dall’8 marzo al 30 luglio del 2012 al museo di Brooklin.
More info:
moca.org
mercoledì 23 marzo 2011
Interviewing BROS
Mi parli un po’ della tua formazione? Come hai iniziato a dipingere? Com’era la scena milanese a quei tempi?
Ho iniziato nel 1996, avevo 15 anni e frequentavo il secondo anno di liceo artistico, avevo un amico alle medie che firmava ONCE della crew DMC una delle più attive in città…con un amico del liceo che aveva notato anche lui questa espressione ancora non troppo diffusa e praticata decidemmo dopo la scuola di andare a realiz are il nostro primo graffito….è venuto male ma ci piaceva troppo non rispettare nessuna regola di composizione che solitamente al liceo artistico ti chiedono di tener conto, c’ era quel senso di libertà che non avevamo mai provato prima disegnando. Li è iniziato tutto.
Al tempo i writer più famosi dovevi cercarli tu, e capire chi fossero, non era spiegato niente e facevi anche difficoltà a trovare le bombolette…nomi come DUMBO; RAE; SKY; CRAZE; NOCE erano già delle star nell’ underground.
Quali sono le tue fonti, spunti, modelli; lo studio della storia dell’arte ha avuto importanza sulla tua opera ed evoluzione?
Arrivo da una formazione accademica per stravolgerla a mio piacimento, inconsapevolmente dipingevo in modo che il mio dipinto a parete avesse una forma, fosse bilanciato, avesse la giusta dimensione per la visione ecc. tutte cose che successivamente ho legato alla mia formazione scolastica…diciamo che Giotto era lontano almeno 500 anni dai miei disegni, ma è come se fosse dentro il dipinto inevitabilmente.
Mi hai parlato di Rotella, “primo ad intervenire in strada con uno
spirito simile all' arte di strada come la intendiamo noi oggi”, puoi spiegarmi meglio?
spirito simile all' arte di strada come la intendiamo noi oggi”, puoi spiegarmi meglio?
Rotella o Diego Rivera, sono persone che hanno capito la potenza di quello che viene dalla realtà per rielaborarlo e restituirlo al pubblico, come cerco di fare da anni e con me qualche mio “collega- vandalo”.
Perché hai scelto il nome Bros? Significa qualcosa in particolare?
No mi piacevano un sacco le lettere, si potevano scrivere sia in modo “morbido”, che più “ rigido” era breve e suonava bene….BROS! perfetta..
Quali generi di opere hai realizzato agli inizi?
Lettere, ancora esisteva solo quella, a scuola dipingevo copia dal vero e sui banchi, muri, treni…scrivevo il mio nome in ogni forma colore e grandezza…all’ intervallo guardavamo le foto ed eravamo gasati più che mai!
Quale è la tua idea sul vandalismo?
Una forma di espressione, a volte una moda di ragazzini borghesi, una volta una ragione di vita…mai in Italia.
Come ti rapporti con l'aspetto illegale del lavorare in strada?
Dipingo illegalmente perché mi piace quella sensazione e perché parto con il ragionamento di appropriarmi di una superficie come scelta di un espressione artistica ben connotata. A volte dipingo in modo autorizzato (di rado), ma ciò non toglie che se sei bravo riesci comunque ad appropriarti di tutto quello che c’è intorno, è una sfida in ogni caso..
Hai subito arresti o denunce?
Si, qualche volta…ho dipinto tanto e quando aumenti il numero delle uscite anche il numero dei fermi aumenta inevitabilmente, sono due dati che crescono in modo proporzionale…
Li ho presi come insegnamenti, a volte ho conosciuto dei poliziotti simpatici e in più quando tornavo a casa di mattina mi dicevo che dovevo essere più scaltro.
Mi parli del processo che hai subito ultimamente?
Il processo è stata propaganda politica di una giunta comunale che ha bisogno di parlare di problemi, se vogliamo chiamarlo problema (a mio avviso una risorsa), futili.
Finito come è iniziato,cioè in una bolla di sapone.
Un caso mediatico di proporzioni bibliche (anche il New York Times ne ha parlato), che ha portato ad una discussione senza risposta.
Il giudice nella relazione finale si è dilungato troppo ipotizzando un altro processo, nel senso che non gli competeva spiegare che in caso sarebbe successo questo e quello sarebbe andata in modo differente…questo non gli competeva, doveva scrivere quello che era successo e basta, credo che sia stato sollecitato da qualcuno di rilevante dato che non mi spiego il motivo di questo dilungarsi nell’ esplicare la sentenza.
Forse ancora una volta “Davide” stava vincendo contro Golia, soprattutto sull’ opinione pubblica.
Cosa vuoi comunicare con le tue opere?
Una domanda un pò troppo aperta, potremo stare qua una vita a spiegare tutto…diciamo che voglio comunicare, questo è l’ importante, un'arte fatta per il popolo che guarda che la subisce e che a volte gli tocca stare a guardare e dover pensare….
Qual è la reazione degli spettatori alle tue opere?
Sbigottiti, sia in positivo che in negativo…ma sbigottiti; indifferenti sarebbe orribile, o vorrebbe dire aver fallito!
Quali sono altri artisti che ammiri, con cui hai lavorato o ti piacerebbe lavorare?
Alcuni sono morti tanto tempo fa, sono affascinato da qualsiasi movimento artistico che usa questa espressione per portare avanti un pensiero, che col passare del tempo diventa una ragione di vita.
Quando incontro una persona che ha quella luce negli occhi scatta qualcosa e di solito si lavora insieme se lui/lei crede la stessa cosa di me
Dove ti piacerebbe esporre?
Nei bagni del Moma, o nel deserto del Sahara…
Mi parli del restauro della tua opera Bloodiamond?
Un opera formidabile, fatta di una lunga riflessione, presentata a Milano nel 2008, con tanto di celebrazione in una mostra, in un catalogo Skira e su vari articoli e giornali di settore e non.
Il restauro nasce da sempre su opere che hanno un valore artistico, da questo ragionamento nasce l’ idea di restaurare uno dei miei disegni più significativi milanesi con la collaborazione di due restauratrici professioniste.Alla domanda se tutto questo è arte o no…si aggiunge sul tavolo della discussione/confronto un opera del genere..direi un interessante passo in avanti nel dialogo.
Come vedi il futuro della street art?
Magari non si chiamerà più cosi, ma in realtà una forma di espressione artistica condivisa dal popolo esiste da sempre, vedi Egizi, Cinesi, Greci, Romani, Rinascimento ecc.
Sicuramente più tempo passa più ci sarà coscienza in relazione alla street art e quindi più spazi dedicati; magari le istituzioni permetteranno di proporre arte di strada in strada e verrà celebrata come arte e non come decorazione.
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venerdì 18 marzo 2011
Focus on : Bros
Bros (Daniele Nicolosi) inizia a scrivere sui muri nel 1996, insieme ad un compagno di scuola writer, affascinato dai murales milanesi; fino ai diciotto anni continua con i tipici pezzi composti da lettere. Trasferitosi a Milano dall’hinterland, si iscrive alla Facoltà di Disegno Industriale al Politecnico, e inizia a frequentare il “giro” di writer milanesi, tra cui l’amico Cristian Sonda. Nel 2003, dalla composizione di lettere, passa al disegno, cosa al tempo piuttosto insolita nel panorama milanese: il primo personaggio è su un tram, uno dei suoi omini, “soggetti composti da figure solide, geometriche, assemblate. Utilizzo colori accesi per non essere annullato dagli altri segni presenti sul tessuto urbano. I protagonisti dei disegni vengono animati da due occhi (lo specchio dell’anima), stilizzati con due semplici linee nere. Cerco di portare in strada provocazione ed ironia, affrontando temi di interesse comune” (da "Bros20+20"). Gli omini, realizzati spesso in scala monumentale, sono identificabili tramite nomi simbolici posti a fianco del disegno (Rambo Rombo, Davidino Krestino…), e ciascuno si caratterizza tramite dettagli diversi (omini-case, omini-televisore, omini-pennello, alcuni hanno la testa triangolare o quadrata). Successivamente, da una collaborazione con l’amico Sonda, nascono i “Mad rebus”, dipinti preferibilmente vicino alle università, costruiti come dei veri rebus, con l’indicazione del numero delle parole e del numero di lettere: è un buon modo per dialogare con la città, permettendo alle persone di interagire pienamente con l’opera, divenendo così giocatori attivi. Inoltre, spesso i lavori di Bros iniziano ad assumere un elemento di critica sociale, trattando temi politici, economici, sociali, ecologici tratti dalla cronaca, nel desiderio vivo di comunicare, senza perdere la caratteristica ironia, con tutti, e di far riflettere. Contemporaneamente, vengono sviluppate immagini ripetute più volte, che invadono letteralmente i muri e opere scultoree, sorte di totem in legno colorato, tridimensionali: il primo è mostrato, non autorizzato, nel 2005, al Salone del Mobile, poi al MiArt e alla Triennale. La sua prima personale “No street” si tiene nel 2004, organizzata da lui stesso in uno spazio affittato, e presenta lavori realizzati con materiali riciclati; nel 2006 inizia un interesse più ampio verso la sua opera, e l'anno successivo Bros compie uno degli “atti” di cui si è maggiormente discusso: si auto-intitola la “via Bros, artista contemporaneo”, affiggendo targhe, uguali a quelle reali, in giro per Milano: un’operazione fortemente ludica ed originale, tramite cui riflettere sulla comunicazione e la promozione culturale. Sempre nello stesso anno, inizia, nelle strade di Milano, la serie di “Cibo per gli occhi”: torte, ortaggi, frutta, eccetera, dipinte con colori puri e dimensioni colossali, con tanto di simbolico cartellino del prezzo, un’altra operazione con messaggio ironico e dissacrante, offerta come regalo alla città, gratuitamente. Il 2007 è anche l’anno della “consacrazione” massima per i writer-artisti milanesi, tra cui Bros, nella mostra “Street art sweet art” al PAC di Milano, seppur tra grandissime polemiche. Da questo momento Bros sarà uno degli artisti più in vista, ma anche uno dei maggior bersagli della critica pubblica, indicato come il vandalo per eccellenza, fino ad arrivare al famoso processo del 2010. Nel frattempo però, Bros è invitato a partecipare alla mostra di Palazzo Reale “Arte Italiana 1968-2007” , unico tra gli street artist insieme ad Ozmo; realizza opere su muri, in città, con targa (come quelle del museo), a certificare l’artisticità delle sue opere. Continuano nel frattempo le misure repressive da parte del Comune, che si muove verso una “tolleranza zero” nei confronti dei writer; Bros e Ivan rispondono con una performance pubblica di “Body art”, “Lo hanno fatto a noi”: si dipingono a vicenda il corpo trasformandolo in un muro di mattoni e in scritte di graffito (lo slogan: “Se lo facessero a te?”, “Me lo lascerei fare!”. Negli anni successivi, nonostante le difficoltà sul piano legale, Bros continua ad esporre: nel 2008, al Superstudio più presenta la personale “20e20, Bros si mostra”, con venti opere di grandi dimensioni, realizzate tra il 2005 e il 2008, su diversi supporti (tela, pvc, legno), che trattano temi storici, mitologici e religiosi, rielaborando e reinterpretando alcuni avvenimenti che hanno caratterizzato la storia dell’umanità, come l’11 settembre, lo tsunami, il Big bang, Hiroshima e Nagasaki, il muro di Berlino, Apollo 13, Auschwitz, Chernobyl, il Diluvio Universale: un modo per riflettere più a fondo su temi complessi, che nel contesto urbano talvolta non è possibile indagare. Nel 2011 inaugura invece la mostra "Squaraus. Colore dal corpo".
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Oggi Bros rimane uno tra i più interessanti street artist nel panorama internazionale, e punto di riferimento per le nuove generazioni, continuando a comunicare con la città tramite la sua arte pubblica, fatta di immagini spontanee, realizzate con colori puri e campiture piatte e un linguaggio istintivo, diretto e alla portata di tutti.
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Bros+20e20, Skira, Milano, 2008
Next: esclusiva intervista a Bros!
mercoledì 16 marzo 2011
Keith Haring
Breve biografia
Keith Haring nasce a Reading in Pennsylvania nel 1958; a Kuntztown compie i primi studi nel campo dell’arte, conseguendo il diploma nel 1976 e frequentando successivamente per un anno la Ivy School of Professional Art di Pittsburgh. Qui allestisce anche la sua prima mostra di disegni e decide di dedicarsi definitivamente all’arte, studiando da autodidatta artisti come Klee, Tobey, Picasso (della cui sfrenata libertà formale si avvale), Léger (di cui riprende il segno nero di contorno delle figure tracciato su aree di colore), Dubuffet, Matisse (colpito come lui dai colori, e di cui reinterpreta i papiers découpés), Pollock (di cui rielabora l’istintualità del gesto), Warhol e Lichtenstein (di cui rivive l’esperienza Pop); è molto importante anche la visita ad alcune retrospettive, tra cui quella di Rothko e Clifford Still, e successivamente una sorta di competizione con artisti a lui contemporanei quali Stella e Alechinsky. Le sue influenze si possono ricercare, però, anche in altri ambiti: “arte egizia/ geroglifici/ pittogrammi/ simbolismo. Parole come figure/ immagini”, “immagini calligrafiche, forme geroglifiche, strutture primarie che sono comuni a tutti i popoli di tutti i tempi e, perciò, interessanti anche per noi".
Nel 1978 si reca a New York per seguire i corsi alla School of Visual Art; nella Grande Mela Haring viene a contatto con il writing e inizia, così, a partire dal 1980, a riempire con i suoi disegni in gesso bianco i riquadri coperti da un foglio nero, in attesa di ospitare i manifesti pubblicitari nella metropolitana, primi esempi di opere accostabili alla street art.
Nel 1980 partecipa al “Times Square Show” insieme ad altri graffitisti, ma contemporaneamente rimane legato ad un concetto più tradizionale di arte.
Haring e l'arte
A proposito della sua vicinanza al mondo dei graffiti, lo stesso Haring dichiara: “I graffitisti di periferia mi hanno influenzato con l’idea di un grafismo forte, il desiderio di uscire dai luoghi culturali per intervenire sul marciapiede” e “I graffiti erano la cosa più meravigliosa che avessi mai visto […] Questi ragazzi, che erano ovviamente molto giovani e venivano dalla strada, possedevano un’incredibile maestria che mi lasciava senza fiato, al punto che a volte non salivo nemmeno sul primo treno che passava. Restavo seduto e aspettavo di vedere cosa c’era sul treno successivo”. Altre caratteristiche del suo lavoro che lo avvicinano alla filosofia della street art si possono ritrovare nell’attenzione verso il contesto in cui dipinge e nell’importanza affidata al percorso evolutivo.
Con uno sguardo ampio ed aperto alle diverse sperimentazioni, Haring non viene solo affascinato dai graffiti, ma indaga anche, oltre alla pittura e al supporto cartaceo, con diversi tipi di inchiostri e carta, differenti tecniche e materiali, come tele viniliche, carta catramata, metalli, oggetti di recupero, pelli, terracotta, sculture; dipinge con un pennello in entrambe le mani, direttamente con le mani, sul corpo umano (ad esempio su Grace Jones nel 1984 a New York, fotografata da Robert Mapplethorpe). Inoltre sperimenta anche nell’ambito della fotografia e del video.
Nel 1981 entra nella galleria di Tony Shafrazy, che gli permetterà di essere riconosciuto come artista a livello internazionale: nel 1982 è invitato a Documenta 7 a Kassel, l’anno successivo alla Biennale del Whitney Museum di New York e di San Paolo in Brasile, nel 1984 alla Biennale di Venezia. Inoltre è chiamato per diverse commissioni in giro per l’Europa: murali, spesso di messaggio sociale, vetrine, decorazioni (si possono ricordare, a titolo d’esempio in ambiti completamente diversi: la decorazione del negozio di Fiorucci a Milano nel 1983, il murale “Tuttomondo” sulle pareti esterne del convento di Sant’Antonio a Pisa, la decorazione di una parte del muro di Berlino con bambini che si tengono per mano); inoltre tiene laboratori e workshop per bambini in scuole e musei di America ed Europa. Il suo stile in questi anni si evolve, ma rimane legato ad alcuni concetti essenziali: svuotare, schematizzare, ridurre al contorno le figure, arricchirle al loro interno da segni grafici fortemente decorativi, che mirano a riempire i vuoti. Anche la componente cromatica viene trattata con lo stesso intento di riduzione: poche combinazioni di campiture di colori puri accostati, mai mescolati. Tra i soggetti indagati, sovrapposti e incrociati tra loro in grovigli inestricabili, spesso, accanto a figure umane, compaiono temi d’attualità (la minaccia dell’annientamento nucleare, l’oscenità dell’apartheid), immagini di fantascienza, la tecnologia (televisori, computer), in forma negativa di mostri e il tema della morte e dell’aids, in seguito alla scomparsa o alla malattia di numerosi suoi amici, e poi alla sua, diagnosticatagli nel 1988 (in questo ambito, nel 1988, fonda la Keith Haring Foundation per “fornire fondi e immagini alle organizzazioni per la lotta contro l’AIDS e in favore dell’infanzia e far conoscere a un pubblico più ampio le opere di Haring”). Tramite la sua arte, egli esprime le sue paure e cerca di affrontarle, spingendo però, contemporaneamente, anche gli altri a riflettere su temi importanti. Altri soggetti, più divertenti e spensierati sono, invece, gli animali, i temi giocosi (il bambino radiante e il cane che gattonano), personaggi tratti dai fumetti (ad esempio la faccia di Topolino), figure umane che rappresentano ballerini di break dance ed electric boogie nelle loro mosse più famose.
Pop Shop
Un mezzo efficace per la diffusione delle sue opere è la creazione di negozi nei quali è possibile comprare gadget (magliette, spille, giochi, magneti, poster con i suoi lavori) e vederlo personalmente all’opera, i cosiddetti “Pop shop”: il primo viene aperto a New York nel 1986, il secondo a Tokio nel 1988. Questi spazi, estensioni del suo lavoro, permettono alla gente di entrare maggiormente in contatto con la sua arte (potendola anche acquistare in riproduzioni economiche), e a lui di avvicinare il pubblico, a cui il suo operato in primo luogo si rivolge. Le sue opere hanno ottenuto un successo internazionale poiché Haring, nonostante la fama e la notorietà, cercava sempre di realizzare opere per la gente, in grado di attirare la loro attenzione e di favorirne la lettura, da un livello più semplice e superficiale, con figure simili a fumetti, fino ad uno più profondo, che permette di capire il suo umorismo e la critica verso la società. Capitava spesso che egli regalasse la sua arte, disegni creati ad hoc, autografi, spille, gadget con le sue opere: queste operazioni non erano egoistico marketing, ma, al contrario, un modo per dare la possibilità a tutti di avvicinarsi all’arte stessa e incrementare così la sensibilità artistica del pubblico. In questo dunque è molto simile al tentativo della street art: un’arte per tutti, non solo per chi se lo può permettere.
Per Haring è dunque essenziale il feedback del pubblico, la possibilità che vi sia un effetto conseguente, una reazione agli stimoli che egli invia, e cerca sempre di intrattenere con le persone un’interazione profonda. È interessante notare, sotto questo aspetto, la grande attenzione che ha anche per i bambini: la loro innocenza e sincerità rappresentano un rifugio contro il cinismo, ed egli ritrova dei momenti di purezza quando dipinge con e per loro.
More info:
K. Haring, Diari, Mondadori, Milano, 2001.
R. Barilli, Haring, inserto di Art Dossier.
R. Barilli, Haring, inserto di Art Dossier.
K. Haring. L'ultima intervista, Abscondita, 2010.
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